| Era
il 9 Gennaio 2004. Il termometro segnava -10 gradi, “una giornata
calda”, mi dissero. E’ da questa data, scalfita nella mia
memoria, penso, per sempre, che per sei mesi, brevi e lunghissimi ad un
tempo, comunque intensi, io ho iniziato a conoscerla e respirarla.
L’ho amata fin da quando, messo il naso fuori dal miniaeroporto
di Vantaa, disteso in mezzo alle conifere, con nulla intorno se non una
coltre sconfinata di panna ghiacciata, trovai il coraggio di scoprire
il polso, alzare l’indice all’aria, e lasciare che un batuffolo
della sua neve accarezzasse la mia mano. Parlo di Helsinki, la bionda
principessa finlandese dal profumo inebriante di cannella, silenziosa,
con lo sguardo vitreo, come fisso nel vuoto, o in un aldilà che
sembra non dover mai arrivare.
Misteriosa, tagliente, cangiante, definire questo grande teknovillaggio
immerso nel verde, molto più di una semplice città e molto
meno di quanto una capitale europea lasci all’ immaginazione, significherebbe
voler risolvere quei contrasti che ne costituiscono l’intima bellezza
e profonda essenza. A primo impatto, Helsinki non sbalordisce il turista,
non impressiona. I suoi lineamenti, un piccolo centro cittadino che si
estende dalla stazione di Rautatentori alle due chiese principali, la
bianca e la rossa, una di fronte all’altra ad abbracciare il porto,
un’immensa lastra di ghiaccio su cui d’inverno “scivolano”le
navi, e d’estate svolazzano i gabbiani, attratti dal profumo del
salmone arrostito a rondelle nel mercatino all’aperto, appaiono
troppo marcati e legnosi per risultare gradevoli. Una città acqua
e sapone, senza un filo di trucco: i grandi centri commerciali Stockmann
con l’icona della stella dei venti, i tram nuovissimi che sfrecciano
lungo palazzi monumentali per la gran parte in stile minimal, tutto spartano
e silenzioso come i suoi abitanti, nessun eccesso, neppure una strada
con i nomi delle grandi griffes, fatta eccezione per la rigorosamente
finnica e floreale casa di moda Marimekko. Gli unici suoni sono quelli
fluidi delle scale mobili, delle porte scorrevoli dei negozi, dei segnali
acustici per i non vedenti, delle spazzaneve automatiche. Tutto è
automatico, veloce e scattante.
Solo il giorno, appare sempre sonnacchioso o desto di malavoglia, il mattino
risucchiato dal buio, eccetto per il breve intervallo tra le 10 e le 14,
prima che alba e tramonto si fondano definitivamente con l’oscurità
imbronciata e il vento del Nord, soffiando sui vetri argentati degli uffici,
disperda nell’aria il luccichio della neve. In questo scenario,
le insegne Mc Donald e il trillo del Nokia 3310, rappresentano le uniche
oasi che avvolgono lo straniero nell’alone confortante della globalizzazione,
trascinandolo via, almeno per un attimo, da una lingua piena di kappa
e puntini, insolita all’udito e alla vista, e dalla consapevolezza
di quanto ci si trovi al nord di tutto ciò che pensavamo fosse
possibile, nello scorgere, oltre i vetri appannati dai -18 C°, donne
alla guida di tram e uomini alla guida di carrozzine gemellari incellofanate.
Personalmente, se mi chiedessero la magia di Helsinki, svelerei il segreto
della sua luce, per cui non esiste nessuna guida turistica se non l’occhio
di chi guarda. L’orizzonte gelato si scioglie pian piano in grandi
lastre di ghiaccio galleggianti sull’acqua, e il cielo prima argento,
poi azzurro, poi lilla, poi rosa, diviene un immenso soffitto arancio.
Eccolo, il sole di mezzanotte, la luce ingoia tutto il visibile per 24
ore consecutive. Si arriva a Giugno avendo scoperto almeno tre Helsinki
e, ritrovandoti ad un tratto in giacca di pelle e mascherina per la notte,
senza la quale riposare è impensabile, già rimpiangi le
corse in slittino, le palle di neve, il profumo degli oli essenziali al
miele ed eucapilto, i finlandesi che si rotolano nel ghiaccio dopo la
sauna, i bambini che giocano ad hockey. Tervetuloa ( benvenuto) straniero,
in un’altra Finlandia, fatta di skateboard e bici in affitto, di
passeggiate nel parco di Seurasari, dello zoo di Korkeasari, dei parco
giochi per cani, di lepri che corrono lungo i binari alle cinque del mattino,
di scoiattoli che ti saltano in grembo in cerca di cibo, dei bar all’aperto,
delle band musicali nei sotterranei della stazione, ancora una nuova città,
coloratissima. Accanto ai treni ad alta tecnologia che sfrecciano verso
la Lapponia, sentieri fiabeschi con ponti di legno, anatre che nuotano
in fila, studenti che masticano salmiakki, una tipica liquirizia salata
, famiglie che arrostiscono makkara (wurstel giganti).
E’ Luglio. Le file interminabili all’ingresso dei locali notturni,
a tutti gli angoli delle strade, non sono cambiate, eppure mi sembra che
ci sia qualcosa di diverso nell’aria. Più sorrisi, più
brio, più calore. Sarà solo effetto della luce. O probabilmente,
del fatto che me ne sto andando.
vedi
le immagini di helsinki
lascia
un commento sul nostro blog
aldafusco@libero.it
|
|