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Progettato
in un’area che negli anni ’40 era la prima periferia di una
grande città sul Mediterraneo, lo stadio S. Paolo ben presto si
è ritrovato inviluppato in un pezzo di città denso.
Denso di abitanti, funzioni, assi stradali e nodi ferroviari, la Mostra
D’Oltremare e, poco lontano, la grande e incipiente riqualificazione
di Bagnoli.
La città e il “suo” stadio si soffocano a vicenda.
L’una perché costretta ad espellere dal suo interno non tanto
l’oggetto in se, ma i flussi periodici che esso innesca e le infrastrutture
necessarie al suo funzionamento. L’altro perché non più
in grado si supportare le “economie di scala” sportive che
richiedono i grandi eventi nazionali ed internazionali. Per continuare
ad esercitare la funzione di stadio, il S.Paolo ha bisogno di fagocitare
uno spazio non più disponibile e di integrarsi con aggiunte incongrue,
improprie e posticce come le tristi lamiere che lo ricoprono dai Mondiali
del ’90.
Delocalizzato opportunamente - come prevedono, del resto, gli enti istituzionali
e sportivi- al suo posto la città riacquisterebbe uno spazio inaspettato,
uno spazio pubblico, da utilizzare come un grande parco urbano. Un manto
verde che terrebbe in connessione trasversalmente l’ambito urbano
che va dalla Stazione di Campi Flegrei della Linea 2 del Metro a via Terracina
passando per la stazione della Cumana, il Politecnico, il Cnr. Nell’idea
progettuale, all’interno di questo parco la splendida struttura
dello stadio progettata da Carlo Cocchia, scandirebbe la spazialità
degli eventi che vi si possono svolgere, rimanendone traccia e simbolo
nel palinsesto della città, persa l’incongrua funzione di
stadio.
L’intervento sulla costruzione appare come uno smontaggio di pezzi
ed una ricostruzione di significato, che storicizza l’oggetto architettonico
e lo mette in un nuovo equilibrio con la città.
vedi
il progetto
note
biografiche degli autori
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