Città di parole
come gli uomini vivono ciò che gli architetti inventano

 
Napoli: i luoghi di Alice
la strada quotidiana
di Chiara Serra
 

Alice esce dal portone del suo palazzo per andare all’Università.
Le prime cose che colpiscono i suoi sensi sono la luce forte del sole attraverso i vetri del portone, e il caldo che le si incolla immediatamente alla pelle.
Dopo i primi abbagliati sguardi a palpebre strette, gli occhi si abituano alla luce.
Ora viene il rumore.
Macchine col motore acceso in attesa al semaforo, clacson di motorini, l’ambulanza lontana. Alice aspetta il verde, poi attraversa. Da questo momento si confonde nell’immagine. Prende fiato.
Isola pedonale, facce, capelli, scarpe, gente, la luce del sole filtrata dai rari e ingabbiati alberi della strada quotidiana, le vetrine dei negozi, lenzuola bianche stese a terra piene di borse false griffate, immobili scritte sui muri, la palma solitaria al centro dell’atollo verde in mezzo al mare di una piazza, scale, pianerottolo, cartelloni pubblicitari, ancora scale, funicolare con luce artificiale che la trasporta nelle finestre aperte dei palazzi di fronte (un vecchio sul davanzale sta costruendo il modellino di una nave, finestre colorate di cartoncini attaccati con lo scotch di un asilo, una specie di acquedotto che non sa dove si trova, l’ha visto sempre e solo da lì), e poi fuori della funicolare ancora gente, facce, frutta urlata sulla destra, l’odore di pesce che si ammassa nelle bacinelle di plastica blu, un carretto che vende musica e rotola fuori dalle casse canzoni napoletane nella piccola piazza assolata, la stradina stretta e scura oppressa a sinistra dalla parete quasi carceraria di un edificio.

Pausa.

Deve attraversare.
Aspetta che il semaforo diventi verde.
Si tuffa di nuovo, stavolta brevemente.
Un vicolo scuro di bancarelle piene di cose vecchie e accendini a forma di corno, sulla destra c’è una discesa, sente il sole nuovamente colpirle gli occhi, in fondo alla strada come un miraggio una fontana bianca in una piazzetta antica.
Alice sparisce nella bocca di marmo bianco spalancata nella parete di bugnato grigio ombroso pesante della facoltà di Architettura.

Chiara Serra

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