Città di parole
come gli uomini vivono ciò che gli architetti inventano

 
   
Venezia
città tra natura e artificio
di Danilo Nappo
 
   

Non è necessario conoscere a fondo la storia di Venezia, ma basta osservarla per intuire la maniera singolare di costituirsi come città, nata dall’intreccio di natura e artificio, così come di spontaneità e progetto.
Questo intreccio a Venezia trova una specificità: il suo stesso suolo, prima ancora dei manufatti che sovra di esso poggiano, è frutto dell’opera dell’uomo. Un suolo sottratto al fondo sommerso delle isole della laguna, alle maree contro cui le rive non sempre oppongono una proficua resistenza.
Ma se il carattere artificiale di Venezia la distingue delle altre città, anche il suo carattere naturale ha una specificità. La natura non è rappresentata da monti o contesti rurali, ma da elementi puri: l’acqua e l’aria. Gli elementi fisici e materiali sono giustapposti a una natura eterea quasi immateriale, come appunto l’acqua, che non manca però in consistenza.
C’è una precaria ma equilibrata tensione tra terra e acqua, preannunciata per chi arriva a Venezia col treno, dall’orizzonte piatto del paesaggio lagunare su cui affiorano di tanto in tanto barene e isole a solcarne il profilo.
Lasciata la stazione ferroviaria alle spalle, l’accesso alla città apre immediata la vista al Canal Grande. Il traffico dei mezzi di trasporto che scorre sopra di esso, la sequenza continua lungo i suoi bordi delle facciate degli edifici, e gli ingressi principali agli stessi diretti sul Canale e non sulla terra, consentono senza azzardo il paragone dell’ampio corso d’acqua con la struttura di una strada vera e propria.
A ricordarne invece la natura d’acqua è il Ponte degli Scalzi che con il suo unico arco congiunge le due rive del canale. Difficile declinare l’invito del ponte a percorrerlo ma preme rimanere sulla stessa riva per inoltrarsi dentro Cannaregio fino a Rialto, per Rio Terrà e la Strada Nova facendo esperienza degli elementi con cui la città struttura la propria percorribilità. Il tragitto lambisce le calli del sestiere, si dilata di tanto in tanto nei campi. Calle, campo, sestiere: la singolarità a Venezia è anche nei nomi degli spazi pubblici!
Il percorso procede ma sovente incontra un canale e, dalle rive basse sul piano dell’acqua, puntuale, è un ponte a evitare la soluzione di continuità della strada che piega, innalzandosi e discendendo sull’estradosso curvo dei ponti.
Le vie d’acqua, invece, offrono scorci nuovi alla vista. Riflessi impressi sulle superfici dei canali che moltiplicano i volti ai palazzi e alle abitazioni in immagini effimere che scompaiono alla prima onda di un’imbarcazione in transito.
Al termine di Cannaregio verso San Marco, da una delle strette calli compare, inatteso, il profilo del Ponte di Rialto. E’ un assolo acuto nel mezzo di un arrangiamento suonato dalle rive del Canal Grande. Seppur dirompente nella presenza scenica appare integrato con il contesto che lo attornia. Chiaro esempio di come la città possa ibridare un’infrastruttura, con la strada mercato che viene da San Polo, prosegue sul ponte raddoppiandolo in un sistema di arcate destinate ai commercianti.
Curioso notare come a Venezia - su un ponte che collega le due rive del Canal Grande - sia nata nel ‘500 la formula del centro commerciale!
Queste riflessioni nella mente accompagnano l’ingresso al sestiere di San Marco, cuore della vita veneziana. Qui i monumenti più importanti si dispongono in maniera “centrifuga”, verso i margini a contatto con l’acqua: su un fianco, lungo la curva sud del Canal Grande, lo stuolo di palazzi nobiliari e sull’altro la Piazza San Marco col suo affaccio in Laguna.
Eppure è al suo interno - più lontano dall’acqua - che la città mette in mostra nuovamente la natura complessa del proprio spazio. Le calli strette come corridoi segreti ma affollate dai turisti si susseguono ai campi aperti soleggiati, come piccole piazze piacevolmente informali dove i bambini giocano e i visitatori sostano nei caffé all’aperto. Spazi saturi e compressi seguono quelli vuoti e dilatati secondo un’antinomia ritmata come sistole e diastole, passando per campo San Luca, campo Manin, campo Sant’Angelo, attraversando tutto il sestiere fino al suo limite dove ci si ricongiunge di nuovo all’acqua e con essa al Canal Grande, preannunciato dalle rampe in legno del Ponte dell’Accademia.
Percorrendolo si è di nuovo alti sopra il Canale. Lo sguardo a oriente intercetta la sagoma di Santa Maria della Salute che emerge gonfia con la sua vistosa cupola.
Procedendo l’Accademia segna l’ingresso al sestiere Dorsoduro. Tranquillità, case pittoresche riflesse nei canali silenziosi, campi ombreggiati; la frenesia di San Marco è ormai lontana. La calma del quartiere si protrae fino a sud, alle Zattere, le cui rive lambiscono le acque della laguna che sembrano godere della stessa quiete. A sinistra in lontananza si scorge il verde dei giardini di Castello, in questi giorni - assieme all’Arsenale - contenitore dell’evento Biennale di Architettura. Quest’anno sono di scena la città e le trasformazioni del territorio. Un binomio su cui Venezia ha espresso tanto durante l’arco della sua storia e, contrariamente a quanto si possa credere, rimane ancora attualissimo per la città lagunare.

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danilo-nappo@libero.it